Sfamare il drago – Su un futuro del Fantastico in Italia

Titolo pretenzioso, me ne rendo conto. Ma badate, un futuro, uno ben definito che potrebbe entrare nel continuum o meno; non sul futuro, non ben inquadrato e totalizzante. Questo post infatti non vuole essere la trita filippica contro ignoti a suon di “Non ci sono più le mezze stagioni” e “Ah, il profumo della carta”, bensì una riflessione volta a un cambiamento concreto. Mi auguro perciò che i polemisti per hobby o vocazione si astengano in partenza dal partecipare. Unica avvertenza: sarà un post lungo.

Non mi dilungherò sulle premesse. Che l’editoria sia un settore in crisi è un dato. E che il mercato della narrativa fantastica, in questo settore in crisi, non rasenti ormai quasi neanche più lo stato di “nicchia” non è mistero. Una nicchia infatti è resiliente. Il fantastico in Italia invece è giù per la china dell’insostenibilità, con un divario tra sforzi di produzione e ritorno economico ormai incolmabile. Gli addetti ai lavori lo sanno bene, ma la crisi è sistemica e le discussioni raramente portano a qualcosa di concreto, se non a ulteriore disillusione o alla spavalda reazione opposta: crederci a tutti i costi (sino alla bancarotta, eventualmente; o a oltrepassare la netta linea che separa un editore/azienda e un hobby a tempo perso).

Ora, nemmeno io sono esente dalle chiacchierate lavorative e molto spesso mi è capitato di analizzare il problema tanto con editori quanto con colleghi autori e librai, sia in privato che pubblicamente. L’ultima è stata una tavola rotonda alla Sala Ingellis, due anni fa a Lucca, insieme a Luca Tarenzi, Aislinn e Gisella Laterza; e anche quest’anno un incontro del genere si è tenuto con Licia Troisi e Matteo Strukul. Incontri sinceri, volti a scrutare il famigerato “futuro” del fantastico in Italia, in realtà forse solo per scongiurare il timore che non esista nemmeno un presente. Questa volta però riprendo il filo delle argomentazioni con l’apporto di un’esperienza professionale che non avevo ancora provato: il mercato dei giochi. Seguitemi.

Nell’edizione appena conclusasi di Lucca Comics & Games mi è capitato infatti di esordire con un manuale di gioco di ruolo tratto da un mio romanzo (no, non lo taggherò). Non entrando in merito al prodotto, ho provato ad analizzare l’esperienza in sé non solo da un punto di vista autoriale, bensì come avrei fatto negli anni degli studi di editoria: il mercato del gioco come “case study”. Le mie conclusioni sono state che, a paragone con la mia esperienza passata, il mercato dei giochi di narrazione in Italia riesce a fare la magia che il mercato della narrativa fantastica desidera nei sogni più ardenti: essere una nicchia reale; una nicchia che si auto-sostiene. Nella nicchia dei giochi di ruolo infatti – che una volta all’anno si può fisicamente circoscrivere al padiglione Carducci del LC&G – l’uscita di un nuovo prodotto è quasi sempre accolta con attenzione dalla pressoché totalità della community di appassionati. In essa non rientrano solo gli addetti ai lavori, ma i giocatori, coloro che animano il prodotto, per cui il prodotto esiste. Grazie anche a dei canali riconosciuti di aggiornamento come la testata Gioconomicon, le nuove uscite sono attese con una curiosità a metà lo spionaggio industriale e la suspense per un tiro di dado. Raramente però con indifferenza. E sebbene spesso gli appassionati siano loro stessi autori, quasi mai la rivalità invalida l’atmosfera di crescita di un settore nella sua totalità, dove la diversità è un’opportunità per tutti. Il Game designer, quindi, per quanto modesta sia la sua opera, è immediatamente riconosciuto dalla community e approcciato perlomeno con interesse, se non con vero entusiasmo.

Ecco, pubblicare narrativa fantastica con un editore medio/piccolo, in Italia, rasenta invece sempre di più la posizione del mendicante: stare là fuori al freddo, a elemosinare attenzione tra centinaia di eguali, in un contesto in cui un’opera – anche nel caso possieda una qualità fuori dal comune – viene soffocata dalla coralità di strilli, in un silenzio assordante. Gruppi, contro gruppi, pseudo gruppi, pagine e contro pagine Facebook “Amanti della lettura”, “Super Fantasy 3.4”, “Scrittori e lettori ed elfi”, in quantità non più sostenibile, dove i post – l’80% spam di auto-produzione – cadono giustamente nel dimenticatoio. Paragonato a questa situazione desolante, come fa quindi il mercato del gioco a fare la magia? Poteri occulti a parte (che indubbiamente possiede), lo fa grazie all’intrinseca natura ludica: promuove un prodotto la cui fruizione ultima sarà comunitaria e non individuale, generando maggiore condivisione partecipata. Da un punto di vista prettamente editoriale però lo fa anche tramite l’ufficializzazione della propria dignità di settore: un premio della critica. Siamo arrivati al dunque.

Il premio “Gioco di ruolo dell’anno” (così come il “Gran Guinigi” per i fumetti) sancisce ogni anno il “momento zero” degli sforzi editoriali dell’anno trascorso. Con esso si riconosce la qualità delle opere, degli autori, degli editori di una nazione intera e oltre, e le si raccomanda al pubblico, il più delle volte con un discreto successo di vendita tanto per il vincitore quanto per i candidati finalisti. Che per la narrativa fantastica non esista nulla del genere è uno dei fatti che in maniera più lampante dimostrano il malessere e la debolezza di questo genere in Italia. Il discorso è vecchio ma risulta tremendamente attuale. Da sempre infatti si avverte la mancanza di uno o più istituzioni super partes che legittimino gli sforzi del settore agli occhi dei lettori. Non abbiamo mai avuto un “Premio Nebula”, o un “Premio Hugo”, e la ragione affonda nella patologia (inconscia o indotta) tutta nostrana di non considerare il fantastico come narrativa potenzialmente “letteraria”, “alta”, sia per forma che per contenuti. L’assioma è molto semplice: il fantastico, in un paese che non lo considera letteratura, non ha premi letterari a esso dedicati. E attenzione, non mi riferisco al premio nazionale “Pinco Pallo d’oro” e “Pegaso d’argento”, che – con tutto il rispetto parlando – replicano in piccolo il sovraffollamento mendicante a cui sono destinati i singoli romanzi; né mi riferisco a premi sicuramente più illustri e rispettabili, come il Premio Italia, che però è organizzato con una votazione interna tra una comunità di iscritti a un’associazione, e che quindi de facto è diverso sia per dinamiche che per scopi (si potrebbe obiettare che il suo funzionamento sia molto simile a quello del Nebula e dell’Hugo; vero, con la sola differenza che negli States queste realtà sono già rappresentative della pressoché totalità della readership di appassionati; mentre in Italia una readership degna di essere chiamata tale da un punto di vista dei numeri semplicemente deve ancora essere costruita). Né chiaramente vi rientrano i premi dedicati a romanzi inediti. Il fantastico risulta perciò disadattato. Disinserito.

Tra i premi illustri dell’editoria italiana (lo Strega, il Campiello, etc.) non rientrerà mai. Negli sforzi produttivi e di promozione dei grandi editori acquista perciò uno status di “figlio illegittimo”. Non porta né prestigio né grandi numeri. Questo figlio illegittimo allora, errabondo e affamato, da qualche anno a questa parte cosa fa? Bussa alla porta della corte dei miracoli: l’enorme e variopinto mondo dei Comics & Games. In esso si ritaglia spazi più o meno vitali, cercando di incuriosire lettori dai campi limitrofi, in cui la fantasia fa da padrona. E l’immagine perfetta di questa ambiguità è palese a tutti durante le grandi convention, dove i piccoli e medi editori si sbracciano per sfruttare la più grande opportunità dell’anno per conquistare lettori, e i grandi editori siedono nei mega-stand per mera rappresentanza, con un piglio sulla faccia a dire “Ma sì, ‘sta roba se non la vendiamo ai nerd mi sa che ci rimane sulla groppa.”

Perfetto. Allora, mi dico, è ora di fare tutti un bel respiro, guardarsi negli occhi e crescere. Il fantastico non è di casa nella narrativa italiana che conta? Bene, è assurdo, allora però bisogna smettere di parlarne con rammarico e senso di privazione e trasformare il dato di fatto in una presa di posizione: la narrativa fantastica ormai è di casa tra i nerd. I “nerd” che non sono più una nicchia, ma mainstream a tutti gli effetti; una forza produttiva e propositiva che ogni anno ha nel Lucca Comics&Games la sua massima espressione; un impatto culturale che i grandi eventi dell’editoria “letteraria” a stento comprendono. E se il fantastico non è a casa da loro, ebbene, può diventarlo dai dirimpettai. E non più in subaffitto, timoroso e insicuro, “Scusate, ci siamo anche noi. Scriviamo romanzi. Ne volete uno? Vi prego!”; bensì legittimato. E come? Tramite quel premio letterario nazionale che è sempre mancato.

Un premio per il miglior romanzo edito, assegnato da una giuria tecnica; l’appuntamento annuale di un intero settore che ne motivi le ambizioni produttive e qualitative; un premio capace di far concorrere sullo stesso piano tanto il grande editore quanto il piccolo e il medio, per determinare di fronte al giudizio insindacabile della giuria quali siano i parametri di “grande” o “piccolo” quando si parla di letteratura, e nobilitare così nel processo l’intero campo. Romanzi fantastici editi in lingua italiana e, parallelamente, romanzi fantastici in traduzione, per rilanciare anche quel mercato, laddove il lassismo delle grandi firme rispetto alle novità straniere sta ormai raggiungendo livelli di deficit culturale.

Da sempre, un premio che voglia spiccare come faro su un intero settore non può essere organizzato dalle medesime parti in causa – i singoli editori, che finirebbero per far prevalere gli interessi individuali – ma da un’istituzione garante, munita di un prestigio e un’autorevolezza riconosciuti dalle suddette parti in causa. E quell’istituzione, in Italia, è il Lucca Comics & Games.

Quel LC&G che da anni invita i nomi più autorevoli della narrativa fantastica mondiale per presentazioni ed educational; che offre spazi a editori e autori nostrani nel Luk for Fantasy, e che potrebbe fare un passo oltre, prendendo una posizione e dettando le nuove regole di un settore. Se lo facesse, nessuno si tirerebbe indietro. Non lo farebbero i grandi editori, che tali vorrebbero ribadirsi; non lo farebbero le piccole eccellenze editoriali quali Acheron Books, Gainsworth Publishing, Origami Edizioni, Watson Edizioni, Edizioni Hypnos e tantissimi altri promotori dell’eccellenza di un certo made-in-Italy, tra cui il revival di un certo fantasy “italico” dal sapore rurale zappa e spada, come recentemente faceva notare Roberto Recchioni in un post; non lo farebbero gli autori, che finalmente avrebbero un premio letterario vero e riconosciuto a livello nazionale verso cui indirizzare i propri sforzi artistici; non lo farebbero i lettori, che nel marasma urlante dell’auto-promozione avrebbero una bacheca il più possibile oggettiva su cui orientare il proprio giudizio; e non lo farebbero i curiosi, che sono i lettori di domani, di cui abbiamo disperato bisogno.

È un appello diretto? Questo lo determinerà solo chi lo accoglierà. “Romanzo fantastico dell’anno” (senza divisioni tra generi e sotto-generi, esattamente come il Nebula). Certo, un premio letterario da solo non può fare miracoli; forse le copie vendute aumenteranno di poco. Il potere di un premio letterario illustre è però quello di mettere finalmente nero su bianco la dignità di un settore e dei professionisti che ci lavorano, dignità a cui il dualismo tra letteratura “alta” e “bassa”, in Italia, non ha mai permesso uno spazio vitale reale.

Una rivoluzione. Un momento simbolico di ripartenza. E il Lucca Comics & Games, da titano qual è, potrebbe imporlo con il minimo sforzo. Il fantastico non chiede l’Olimpo. Solo un proprio monte Otri, ove essere titano anch’esso.

 

Freiburg im Breisgau, Foresta Nera

lunedì 27 novembre 2017

2 responses to “Sfamare il drago – Su un futuro del Fantastico in Italia

  1. Ciao Andrea,
    in effetti il fantastico in Italia ha il suo “premio Hugo”, che è il premio Italia, assegnato alla convention nazionale della fantascienza dal 1972. Tuttavia, è vero che è sempre stato un premio molto più legato alla fantascienza, e anche se nominalmente si occupa anche di fantasy e in generale di fantastico nasce dal fandom della fantascienza, per cui buona parte del mondo del fantastico ne è sempre rimasta fuori.
    La tua proposta è interessante. Lucca C&G potrebbe seguire l’esempio della DragonCon americana, che ha un premio che tocca numerose categorie. Votate dal pubblico, però, perché penso sia l’unico modo per cui l’organizzazione potrebbe evitare di essere coinvolta in inutili polemiche (anche se, chiaro, coi premi le polemiche ci sono sempre).
    Nel caso qualcuno me la chiedesse, io sono disponibile a offrire il mio aiuto e la mia esperienza più che decennale di gestione del premio Italia.

    1. Ciao Silvio,
      grazie mille per la visita e per il tuo commento, e chiedo scusa per il ritardo; la discussione si è espansa su Facebook e ho trascurato il blog.
      Tutto vero ciò che dici e apprezzo molto la tua apertura, così come ho apprezzato quella di molti altri “addetti ai lavori” da diverse parti. La mia riflessione nata davvero dal nulla è riuscita a creare un dibattito e, se qualcosa di concreto dovesse muoversi in proposito, be’, ci sarà bisogno di collaborazione, con quante più teste possibili al lavoro e un documento da far approvare agli editori. Questa iniziativa, se nascerà, dovrà essere la voce coesa di tutto un settore, quella che è sempre mancata. Vedremo.

      Un saluto e buon lavoro

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