“Non parliamo del bello, ma della forma e del vuoto.” [IT]


Da poco, su Facebook, mi è capitato sott’occhio un post di Massimo Spiga. Egli, con tutta umiltà, segnalava una stroncatura al suo ultimo romanzo, Paradox, edito Acheron Books. Questa veniva pubblicata dal web magazine Andromeda, dalla penna di Ezio Amadini. Prima di procedere sono necessarie due precisazioni. La numero uno è che conosco Massimo Spiga di persona. È un individuo che stimo e un autore che apprezzo molto. Il nostro gemellaggio di visioni non è mistero, tanto che alla fine del suo romanzo è anche citato il mio Multiverse Ballad. Questo basterebbe a tacciare la riflessione che seguirà con un “Sta difendendo l’amiketto!1!”. Ma in tal caso, chi sarei io per togliere il diritto al prossimo mio di dimostrarsi un idiota?

La seconda precisazione è l’intento del post. Amadini ha scritto un pezzo onesto, analitico e limpido nell’argomentare cosa del romanzo e della scrittura di Spiga non l’avesse convinto. Si può essere più o meno d’accordo, e questo non toglie il diritto di ognuno a esprimere un parere, e il merito di averlo fatto con competenza e tatto.

Ciò che mi porta a scrivere queste righe è l’explicit della recensione, che qui riporto:

“[…] Concludo osservando che Paradox, più che un romanzo di fantascienza, appare come un esercizio letterario in cui una quantità notevole di spunti, personaggi, situazioni e immagini, presi da una lunga serie di opere letterarie, musicali, cinematografiche e televisive (citate in coda dallo stesso autore) sono stati mescolati insieme per costruire una storia fortemente drammatica, densa di autocompiacimento culturale e priva di un reale interesse verso il lettore medio.”

Se si poteva colpire Spiga in un punto, il punto era questo. L’affermazione mi ha provocato in principio un leggero fastidio, che ho provato a ignorare, ma che è ribollito per dieci giorni, sino a farmi capire cosa mi stesse in realtà contrariando. Può essere la totalità di un autore, la sua poetica (se vogliamo), una chiave di lettura per le sue opere nel singolo? È una domanda retorica, se si considera la critica letteraria da che mondo è mondo. Ma è un lusso che un autore contemporaneo non si può permettere. L’autore contemporaneo è un mendico tra mendichi che, quando è fortunato, guadagna un millisecondo di attenzione pubblica e per un singolo frammento di esecuzione della propria complessità, che viene valutato come un servizio, apprezzato o rapidamente frainteso, e dimenticato. È così, non è certo mia intenzione dilungarmi in un sermone apocalittico su post-capitalismo e modernità liquida.

Scrivo perché io ho avuto la fortuna di aver trovato un autore italiano contemporaneo tra tanti che seguo; che non mi regala solo godibili frammenti di prosa, ma un progetto: infiniti universi e una chiave di lettura per esplorarli. Massimo Spiga. E da uno che segue Massimo Spiga posso dire che ciò che in finale di critica Amadini ha sentito di dover stroncare non è un rigurgito di egomania estemporanea che ha rovinato un romanzo, ma ciò che Spiga fa da quando ha iniziato a scrivere, in ogni suo dannatissimo scritto: cita le fontiE non lo fa per il piacere del citazionismo, così come potrebbe essere frainteso da chi si imbatte estemporaneamente in lui, ma per una riflessione più ampia e sistemica sullo scrivere, sulla letteratura e sulla realtà: l’originalità non esisteGli autori sono trasformatori di codici.

Facciamo un passo indietro. Massimo Spiga, quasi in contemporanea con Paradox, tramite il suo Heisenberg Studio, auto-pubblicava un tomo dal titolo Armi narrative sperimentali. “Armi” non è altro che una raccolta di sei racconti di genere, più o meno lunghi, con un tasso di allucinazione ai limiti dell’umano, che al termine di ognuno include un micro-saggio in cui esplicita il meccanismo narrativo da cui sono nati i frammenti di prosa. Attenzione, non si parla di ispirazioneSi parla di meccanica.

“Ho sempre provato un certo fastidio nel leggere l’espressione “blocco dello scrittore”. È paradossale ed è priva di significato. Chiunque sorriderebbe nel sentir parlare di un “blocco del falegname” o del “carrozziere”. Queste, come la maggior parte delle attività umane, non prevedono alcun blocco. Eppure, il mestiere dello scrittore è percepito come una Faccenda dello Spirito, e lo Spirito non è sempre abbastanza colmo da traboccare in profonde intuizioni esistenziali. In questa interpretazione c’è un problema. Lo “spirito” non esiste. […] Un’espressione più precisa del blocco è, invece, la vertigine da pagina bianca. La letteratura consiste di parole e con le parole è possibile creare qualsiasi cosa. Dover scegliere tra una manciata di opzioni è più semplice che vagliare sette milioni di possibilità, o, ancora peggio, un numero virtualmente infinito. Per cui, la soluzione del problema consiste nell’impiegare un semplice dispositivo narrativo che restringa artificialmente lo spazio creativo. In questo modo, l’attenzione dell’autore devia dalla mera contemplazione astratta e si concentra sulla risoluzione di un problema specifico.”

Massimo Spiga – Armi narrative sperimentali 

Quali meccanismi? Quali che siano. Dal “cut-up” di Burroughs, ricreato da un software online; sino alla mitopoiesi del racconto biblico o alla pura semiotica applicata, mescolando un mazzo di tarocchi e attribuendo funzioni letterarie ai risultati. Arrogante? Sì, si arroga (riprendendosi il diritto) di una verità che ogni vero autore conosce, ma che il mondo vede bene di non considerare, perché the show must go on. Lo show della critica, dell’editoria, se vogliamo quello della società occidentale in sé. Una verità scomoda

“Questo atteggiamento, forse, ci potrà tornare utile per evitare di considerare la tradizione letteraria come una collezione raccogliticcia di santini, ognuno dei quali esprime il suo personale genio e individualità. Rimosso il culto della personalità e le distorsioni da esso prodotto, possiamo contemplare la letteratura come un complesso e sconfinato sistema, capace di dar forma e nome (e quindi esistenza) allo sconosciuto e all’indifferenziato. […] Certo, questa concezione della letteratura è molto più umile dell’interpretazione secondo cui, dopo l’avvento del Grande Autore numero 4379, tutto è cambiato.”

Massimo Spiga – Armi narrative sperimentali 

 

Spiga sta in fondo scoprendo l’acqua calda: “la morte dell’autore”, Roland BarthesFoucault. Queste profezie però, con la capacità di computazione delle moderne macchine e dell’archivio infinito che è il web, smettono di essere speculazione letteraria e diventano realtà. È perciò straordinariamente ironico, e invero triste, che un autore che predica (e applica con rigore) una poetica dell’impersonalità, che ha capito che non vi sono più né Autori né Letteratura, ma soltanto informazione e rielaborazione, venga stroncato per il presunto ego del citazionismo. È il contrario. l’ego risiede nel non citare. L’Accademia l’ha capito da quando è sorta. La fiction perpetra un’efferata bugia, la sfrutta e la quota in borsa. E ci piace così.

Quella di Spiga è perciò una profezia auto-avverante. Da una critica che ragionerà sempre per “grandi autori”, che applaudirà stupita ogni volta che uno scrittore fa finta di star donando al lettore il lume dell’innovazione e la scintilla dello spirito (quando invece questi sta lavorando per schemi non meno di Spiga, solo che non li dichiara in postfazione, o forse nemmeno se ne rende conto – Subconscio letterario), non potrà che stroncare l’onestà intellettuale del riconoscere apertamente le proprie fonti (e il genio, se vogliamo) come una manifestazione di povertà di mezzi, e in fondo di visione.

“È ininfluente che l’autore di un post sia il più grande pittore vivente, una popstar ventenne o una parrucchiera meridionale. È impossibile, basandosi sul loro mero contenuto, discernere le esternazioni del tuo scrittore preferito, ad esempio, da quelle di chiunque altro. Nascondi il volto e non riuscirai più ad associare un messaggio a una personalità definita: apparterrà al ronzio ininterrotto del network, e quindi del mercato.”

Massimo Spiga – Armi narrative sperimentali  (dal racconto Maschere degli architetti solari)

E con queste parole, tra l’altro pronunciate da un suo personaggio, Spiga forse ha spiegato a priori, sistematicamente, la vera natura della stroncatura su Andromeda. Mi direte: tutto ‘sto casino partendo dal semplice diritto a dire se un libro di Pinco Pallo ci è piaciuto o meno? Sì. Perché per una volta, dietro quello che è stato e sarà percepito come l’ennesimo frammento di nulla amatoriale nell’assordante ronzio di prodotti letterari e umani con cui siamo bombardati quotidianamente, ronzio che annulla la possibilità di comprenderne a pieno alcuno, si nasconde una voceun intellettuale (wow, che parola), che vive e analizza il proprio tempo, e non meno di Joyce – citato da Amadini come un “grande” che, al contrario di Spiga, poteva permettersi una visione precisa del mondo. Ma in questo discorso Joyce e Spiga sono sullo stesso piano: due macchine umane che, nell’arco del proprio insignificante e incasinatissimo intervallo di vita su questa terra, hanno cercato di comprendere cosa fosse vivere e cosa fosse scrivere, portando le due arti ai limiti estremi della sperimentazione. E se si fossero conosciuti, sarebbero andati a bere insieme.

Partendo dalla morte dell’autore sono consapevole di stare chiudendo esattamente con un Paradox: io seguo Massimo Spiga e continuerò a farlo esattamente perché è un autore. Non solo perché scrive (bei) romanzi. Ma perché è lui, è una singolarità, una mente codificata in maniera unica, che nonostante per il mercato e la critica sia Mr nessuno, segue un percorso artistico e per via di ciò, ogni santa volta che si esprime – nel buzz del network di autori concentrati a fare proclama politici o battute ad alto tasso di share – regala una cosa preziosa: riflettere. E qui si dà anche la risposta storica alla “morte dell’autore”: l’autore non ha una reale funzione letteraria, ma sempre e soltanto sociale.

E per chiudere torno al principio. Massimo Spiga un giorno accende l’internet e vede che un altro essere umano ha onestamente demolito il suo romanzo. Cosa fa? Ne prende atto, processa i dati, impara e annuisce. E condivide pubblicamente la recensione. Lo fa in un’amorale rivendicazione di coerenza perché autore, lettore, critico, testo, sono soltanto fenomeni, cluster di un magma in evoluzione che si chiama letteratura, che non descrive l’esistenza ma la crea tramite significati, e che continuerà a procedere per vie ignote alle singole coscienze, al gusto personale, perfino all’etica.

“Possiamo aspettarci che questi sconfinati sistemi letterari estendano ancor di più la nostra claustrofobica concezione del reale, anticipando nuove forme di esistenza e di pensiero. Ci faranno leggere ciò che ora è inenarrabile, ci faranno esperire l’inconcepibile. Viviamo in uno strano mondo, il nostro dovere è renderlo ancora più strano.”

Massimo Spiga – Armi narrative sperimentali

Chiudo con il ringraziare Ezio Amadini che, con la sua riflessione, ha inconsapevolmente generato questa mia introspezione. E gli dèi ctoni benedicano sempre questi confronti. Per questo mi permetto di chiudere con un appunto: “Paradox […] (è una storia) priva di un reale interesse verso il lettore medio.”

Ben vengano i lettori non-medi, Ezio. Ci salvano dall’estinzione.

 

Andrea Atzori

 

P.S. a Spiga, a cui ho dedicato ormai più di due ore del mio tempo in vita, affinché non si crogioli eccessivamente nell’attenzione che questo post gli ha dedicato (scritto per l’amore della riflessione, non certo per lui), ricordo che se nelle sue efferatissime opere letterarie auto-pubblicate troverò un’altra volta un solo articolo “una” troncato e non eliso di fronte a sostantivo femminile che inizia per vocale, darò il libro in pasto al tritacarne. 😉

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