The plot thickens – Parola di Brandon Sanderson [IT]

960Proprio lui, mister CosmoverseMistborn, Stormlight, il continuatore dell’opera di Robert Jordan, uno degli scrittori di fantastico più capaci e prolifici del momento e personalmente tra quelli che più stimo. Si è svolto domenica 30 ottobre il workshop di scrittura di Brandon Sanderson, guest star del Lucca Comics & Games 2016, prontamente accalappiato dal programma Educational. Se recarsi a Lucca per il Comics non valesse di per sé l’esperienza, gli Educational offrono ogni anno una rara opportunità di confrontarsi a tu per tu con autori e professionisti, tanto che non si capisce come – a volte – le classi non siano stracolme. Si tratta spesso di lezioni frontali più che di autentici workshop, il tempo però è quello che è, lo sanno tanto gli autori quanto gli iscritti, perciò gli incontri sono sempre e comunque un successo.

Siamo in 25 nell’aula del civico 111 di Viale Carducci, la vecchia scuola che ospita i corsi, e quando Sanderson si profila alla porta, l’immagine del sofisticato scrittore occhialuto in giacca – quella proposta online – evapora seduta stante e lascia intravedere la sua vera natura da nerd: jeans, t-shirt e impermeabile in finto cuoio nero, alla Matrix. Sanderson è un ragazzone giulivo, entra in classe bello paffuto e sorridente, e di lui colpiscono subito l’allegria contagiosa, la parlata entusiasta, gli occhi vigili e la scintilla di passione che traspare nel parlare di ciò che fa. Si andrà d’accordo.

Niente computer né power-point. Rivolta il foglio di una lavagna, impugna un pennarello e comincia: STORY. Sotto, come le punte di un triangolo, scrive: Plot, Character e Setting. Li cerchia uno per uno, dopodiché traccia un altro cerchio che li interseca e, al centro di questo, scrive Conflict. Mai ci fu intro più conciso. In pratica: benvenuti, sono Brandon Sanderson e sono un architetto. L’introduzione non solo circoscrive l’argomento del workshop – focalizzato sul solo plot per ragioni di tempo – ma comunica immediatamente quello che è l’approccio di Brandon alla scrittura, quello che traspare palese dalla lettura dei suoi romanzi: la tecnica. Sanderson è un tecDado da ventinico puro ed è anche un giocatore (di ruolo), nel senso che decifra la realtà delineandone i rapporti di causa-effetto, le regole, e prova a ricrearla nei suoi mondi facendone sistema.

Lo dichiara subito dopo, affrontando con chiarezza il cruccio più vecchio del mondo: scrivere d’istinto (Discovery) o seguendo una scaletta (Outline)? Sanderson individua a proposito due tipi di scrittori: i Gardeners (giardinieri) sono coloro che si gettano a capofitto nel mistero dello scrivere, “dissotterrando” il romanzo dall’iperuranio in cui risiede, per portarlo fuori nella sua forma ideale. Tra questi annovera ovviamente Stephen King (ricordate la metafora del fossile in On Writing?); io aggiungo Abercrombie e, per la scena italiana del fantastico, Francesco Dimitri e Aislinn. E se ne potrebbero aggiungere tanti altri, perché forse i 3/4 degli scrittori sul pianeta appartiene a questa “classe”. L’altra faccia della medaglia sono gli Architects (architetti), coloro che prima pianificano la struttura della propria storia, ne progettano i cardini portanti, calcolano la portata dei plinti, e solo dopo riempiono le intercapedini con la scrittura. Sanderson è uno di questi, lo sono Martin, Sapkowski, e in generale molti scrittori fantasy, genere in cui il world building rigoroso fa spesso la differenza tra un buon romanzo e uno ottimo (o pessimo).

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Il suo analizzare la questione con precisione chirurgica mi ha portato a interrogarmi su che tipo di scrittore sia io. Se lo approfondissi qui diverrebbe però un articolo su Andrea Atzori. Quindi, se volete, chiedetemelo in altra sede. 😉 Che si faccia parte di una o dell’altra schiera, Sanderson ha evidenziato quelli che sono i maggiori problemi propri dell’uno e dell’altro metodo. Attenzione, metodo. Non solo predisposizione, ma riconoscimento del fatto che, per scrivere, bisogna individuare i propri strumenti di lavoro. Da una parte, la scrittura di scoperta notoriamente si fida dei personaggi, che diventano round characters a tutti gli effetti: reali, convincenti, che generano la trama con la coerenza delle loro scelte, sino alla fine. Ed è spesso proprio alla fine che le opere dei Gardeners si tradiscono; non per incoerenze, semmai per piattezza, per la mancanza di un vero e proprio colpo di scena, di un capovolgimento, di una rivelazione. Questi ultimi elementi narrativi sono invece spesso magistralmente architettati tramite una Outline efficace, ma per gli Architects l’insidia è all’opposto: i flat characters. Personaggi di legno, piatti, bidimensionali, che obbediscono al plot, più che generarlo, e così facendo ne rivelano fatalmente i meccanismi portanti, quelli che dovrebbero rimanere nascosti per il bene della sospensione dell’incredulità (un termine che abbonda nella bocca degli stolti, ma che è corretto).

Come convivere con questi problemi connaturati ai due metodi? Ebbene, compenetrandoli. E non potrei essere più d’accordo. Uno scrittore deve sperimentare per poter trovare il suo sé, per trascendere la propria predisposizione e impadronirsi di uno stile consapevole. Nel dettaglio, Sanderson consiglia ai Gardeners di lasciarsi sì andare nella prima stesura, ma successivamente di lavorare di “retrofit”, ovvero di analizzare il plot ottenuto, dividendolo in momenti chiave per individuarne le falle e riempirle con nuova scrittura intuitiva, indirizzata verso la funzione narrativa individuata. Agli Architects invece consiglia, prima di iniziare a scrivere il final-empireromanzo vero e proprio, di testare i propri personaggi: scrivendo dei sample, di qualche pagina, dove il personaggio è descritto con una personalità diversa in ognuno di essi, in modo da comprendere quale sia la più autentica. Brandon ammette di soffrire particolarmente questo problema e, da buon master, ha inserito il fattore rischio-flat-characters nella sua macchina del plot. Per ogni personaggio infatti individua dei sub-plot, funzionali a quello principale, che hanno però il compito di esplorare ed esprimere precisi aspetti della personalità di ogni personaggio. Ne costituiscono “l’arco di evoluzione”, egli ne individua undici, e li descrive quasi come veri e propri “sottogeneri” di narrativa, dal mistero al dramma, dal romance al thriller.

Da qui il workshop è entrato nei dettagli dei singoli sub-plot, ha affrontato la struttura restaurativa in tre atti, ha investigato le ragioni per cui un lettore legge e gli strumenti necessari a creare e mantenere le promesse nei suoi confronti. Ma io mi fermo qui. Altrimenti darei via gratuitamente dei contenuti che mi sono costati un viaggio attraverso mezza Europa… scherzo 😉 . La ragione è molto più semplice: Sanderson carica su youtube le sue lezioni frontali, e la sua arte aspetta solo chi avrà la volontà di trovare il tempo per fruirne. Questo riconferma il fatto che ormai al mondo non è certo l’informazione che manca. Ci sono manuali di scrittura per formare scrittori da qui alle prossime due apocalissi. Ma i manuali non saranno mai abbastanza. Per imparare a scrivere, infatti, bisogna scrivere.

E ricordate – dice il buon Brandon alla fine, con un sorriso sornione: “It is OK to suck.” 😀 “Rilassatevi, ogni prima stesura sarà sempre una catastrofe”. Ma ci si può lavorare.

 A.

P.S. la sempre cara Tenar, nel suo blog, ci regala un altro affresco di Sanderson, incontrato faccia a faccia. Lo consiglio.

5 responses to “The plot thickens – Parola di Brandon Sanderson [IT]

  1. Ma grazie a voi per i commenti. Sono solo un umile cronista, ha fatto tutto Sanderson. 😉
    Comunque consiglio davvero di tenere sempre d’occhio il programma degli Educational a Lucca, è spesso pieno di piccole perle. Quest’anno mi sono iscritto all’ultimo e ci sono riuscito per pura fortuna (era rimasto un solo posto libero…).

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