Sinestesie #7 – What a lovely day! (e non solo)

Sinestesie, numero sette. Se avessi dovuto seguire il cuore, dopo aver visto Black Sails, avrei scritto una “sinestesia” tutta dedicata ai pirati: Arrrrrr. Ci tengo comunque particolarmente a farlo, quindi la tengo in canna per il prossimo mese. 😉 L’espediente per riprendere il ritmo della rubrica è stata la prima di Mad Max – Fury Road. Che dire: BOMBA! Ma andiamo con ordine, prima il libro, con qualche riflessione impopolare sulla scrittura.

Stazione AramintaUn libro: sto leggendo Araminta Station, primo romanzo delle Cronache di Cadwal, del sommo Jack Vance. Lo sto leggendo come ebook, in lingua originale, perché il cartaceo italiano è un serie Oro introvabile, di quando Editrice Nord faceva ancora l’editore. Ahinoi, in Italia la buona letteratura diviene un irreperibile cimelio per collezionisti. Leggere Vance è sempre una garanzia. Araminta è un romanzo di fantascienza spaziale (che, diciamo, non è proprio il mio genere), che narra della vita del giovane Glawen, un ragazzino intelligente e serioso alle prese con la vita quotidiana nella comunità di Araminta, in un pianeta colonizzato dalla Terra come “riserva naturale” delle specie animali più bizzarre. Tralasciando gli sviluppi della trama, mi sono saltate in testa grame considerazioni: non esiste più letteratura di questo taglio. Nel 1986 Vance con Araminta, partendo dal pretesto della fantascienza spaziale, scriveva per metà un YA di una finezza inarrivabile e per l’altra una detective-story cruda, da manuale, in barba sia alla fantascienza trash che al YA nazional popolare dei giorni nostri. Soprattutto però lo scriveva con uno stile che, tra i contemporanei, nessuno si arrischierebbe più a ricalcare. Paradossalmente, ancor meno lo farebbero i “tecnici” della letteratura fantastica, sia in fase di stesura che in fase di editing. Vance usa un narratore onnisciente e lo usa da DIO. Racconta, disteso, rilassante, sempre aderente ai personaggi ma libero, e con un lessico ricercato, piacevole. Anche nelle scelte di sceneggiatura Vance ha il coraggio di fare quello che vuole e come vuole. Mi ha lasciato di sasso questo passaggio:

“I’m interested in such things,” […] “perhaps we should go to Big Prarie and make an inventory, or I could go by myself.” […]
“It’s not all that necessary.”
“We shall see.”
In due course Chilke arrived at Rosalia, a rough and ready little world at the back of the Pegasus Rectangle. Lipwillow on the banks of the Big Muddy River was the principal town and spaceport…”.

Orbene, niente di che riguardo al contenuto, in più il periodo – fuori contesto – risulta sicuramente poco d’impatto. Ma badiamo a cosa succede: si passa da un dialogo a un viaggio interstellare in un respiro, e il viaggio è compiuto, concluso. Il dialogo tra l’altro ha luogo da tutt’altra parte rispetto a una possibile astronave o al porto, e nel romanzo questa era la prima menzione di viaggio interstellare. Immaginatevi uno scrittore contemporaneo, anche me, nel cimentarsi con il primo viaggio interstellare di un romanzo di SF: descrizione dettagliata dello spazio-porto, della tecnologia dell’astronave, del personale che siede ai posti di manovra, dei comandi trafelati, della navicella che trema e incendia l’aria nel decollo verticale con il vento che muove le cappe del personale a terra, e di ‘sti cazzi in pagine e pagine di dettagli. No, Vance, che sta descrivendo una realtà normale per il suo Pg e che, al contrario di tutti noi, non sente di dover dimostrare nulla a nessuno con la propria scrittura, fa decollare il suo Pg dopo un fottuto dialogo e lo fa arrivare su un altro fottuto pianeta in tre righe, per fare andare avanti il plot. Questa, signori, è classe. Non che Vance non mostri, lo fa magistralmente, ma solo quando vuole lui e in rispetto dell’andamento del suo romanzo. Il rammarico è che un uso narrativo del genere, oggigiorno, sarebbe proibito in primis dai tecnici della letteratura fantastica, mentre paradossalmente sarebbe tollerato da un editore impreparato (non è un merito, attenzione). Morale della favola? Vedete un po’ voi. Tralasciando il fatto che stiamo parlando di un mostro sacro della letteratura, io oggi, tecnicamente, non riuscirei a scrivere un romanzo come quello di Vance. Mi sono formato diversamente e, qualora dovessi sperimentare in quella direzione stilistica, sarei censurato in primis dalla mia mente, poi dagli editor, e infine stroncato dai lettori “fondamentalisti”. Tronfi del nostro mestiere, avendo privilegiato quasi ideologicamente certi strumenti stilistici rispetto ad altri, siamo diventati narratori più poveri. In una maniera che neanche concepiamo.

MM-Main-PosterUn film: WHAT A LOVELY DAY! Niente spoiler, tranquilli. Non ho resistito e sono andato ieri alla Prima. Il film che molti di noi attendevano non tradisce le aspettative. C’è poco da dire: è forse la cosa visivamente più impressionante che il cinema abbia mai prodotto. Lo dicevamo anche per Star Wars negli anni 70, poi il tempo è passato. Ecco, io non so come potrà passare il tempo dopo Fury Road e in quale direzione, riguardo alle scelte di regia, al montaggio, all’uso portentoso della telecamera. La sensazione è che sia stato creato un nuovo paradigma stilistico, dove l’Azione trascende il genere e torna un prodotto d’autore con la A maiuscola. Non solo corse ed esplosioni: Miller ha tessuto un plot da manuale. Una sceneggiatura asciutta, circolare, di una semplicità tanto elegante quanto incisiva. Si potrebbe analizzare il film da mille angolature, ma dato che mi è bastata una settimana di lavoro nel cinema per rivalutare l’utilità dei cineforum online, non starò qua a menarvela, perché non ho gli strumenti. Una riflessione sola tra tante: come il pancione di una donna incinta possa fermare il mondo con il fiato sospeso. Così come per le magnifiche “nonne guerriere” in moto con i fucili da cecchino, il femminino nel film ha un ruolo strutturale salvifico. Senza di esso, forse Mad Max si sarebbe ridotto a un grande eccesso trash-pulp delirante, tecnicamente perfetto ma vuoto come un calzino e perso in se stesso. Invece no. George Miller ha proprio sfornato un capolavoro.

Una musica: Russian Circles. Band statunitense e non russa, i RC sono un trio strumentale di post-metal “atmosferico”. Arie paranoiche e desolanti, riff doom dissonanti alternati ad armonici in loop per battute intere. Un trip da colonna sonora, ottimi per immaginarsi i sottofondi narrativi a tinte apocalittiche. A voi il pezzo Station (giustappunto).

Un pensiero:

“Una creazione implica sovrabbondanza di realtà, ovvero irruzione del sacro nel mondo. Ne consegue che la cosmologia è il modello esemplare di ogni costruzione o fabbricazione. La creazione del Mondo diventa l’archetipo di ogni azione creatrice dell’uomo, qualunque ne sia il punto di riferimento.”

(Mircea Eliade, Il sacro e il profano)

Eliade va sempre al centro delle cose. Lancio allora un parallelismo con quanto detto su Vance: se l’intrattenimento e il lettore sono i nostri (degli scrittori) punti di arrivo imprescindibili, dimenticare il punto di partenza ontologico di quello che facciamo non ci aiuterà di certo a raggiungerli. E se sciaguratamente dovessimo riuscirci ma senza la cognizione di questa sacralità del narrare, saremmo insignificanti: ciò che l’editoria è diventata. Ma qui la posta in gioco non è vendere libri, questo è solo un riflesso. La posta in gioco è individuale e, come per tutte le arti umane, si riduce a un’unica scelta: essere o non essere. Da questa si dipana ogni conseguenza.

A.

 

8 responses to “Sinestesie #7 – What a lovely day! (e non solo)

  1. Mi sta montando un hype assurdo per questo film 😀 sulla sacralità del narrare se ne potrebbe parlare per giorni, uno di quegli argomenti che finiscono col toccare TUTTO XD

    1. Su Mad Max niente da dire: CORRI A VEDERLO.

      Sul resto… be’, se ne dovrebbe parlare anche di più (magari non sul blog, certo :P). Io poi rischio di passare per un pazzo misticheggiante (e forse lo sono), però la scrittura è stata inglobata davvero da questo nichilismo idolatrico imperante sul web. Sapremo anche meglio “come” scrivere, ma ci sta sfuggendo un qualcosa di fondamentale alla base. Come si suol dire però: “aiutati che il ciel ti aiuta”. A ognuno il proprio cammino artistico.

      1. Una volta spero ne parleremo dal vivo, bevendo qualcosa 😉 comunque sì, a ognuno il suo ché la nostra specie è bella anche per questa varietà di vedute.

        Mad Max l’ho visto l’altro ieri e l’ho trovato colossale. E’ l’Action nella sua forma più pura. La trama è dritta come una spada ma ha tutto l’essenziale dentro (compresi un paio di momenti che ho trovato semplicemente epici, nel senso proprio di degni di una narrazione epica).

        Il mondo è costruito da dio e Miller in una manciata di battute, qualche refrain e molte immagini te lo fa esplorare tutto.

        Il ritmo è qualcosa che non ci si crede, tirato all’inverosimile ma senza sbracare mai.

        La resa scenica e gli attori sono perfetti.

        Attendo con ansia il BR per rivedermelo all’infinito e non escludo una seconda capatina al cinema se trovo con chi andare 😀

          1. Anch’io. Da quando ho scoperto che “Ammirami!” in originale è “Witness me!”, poi, non riesco a smettere di pensare che è una delle esclamazioni/war cry più fighe e possenti di sempre 😀

  2. Visto ieri nelle Midlands: magnificent

    I dialoghi in lingua originale sono molto belli, ma quello che mi e’ rimasto dentro sono gli sguardi e i silenzi.

    La cosa grandiosa della versione in inglese sono i nomi. Vogliamo parlare di The Bullet Farmer?

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