Iskìda Vs Spiderman – Round 1

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Scusate il titolo nerd, non sono riuscito a trattenermi ;). Eccomi tornato in postazione. Ritmi collaudati e metodo cominciavano a mancarmi, non i soliti acciacchi che mi stanno fiaccando quest’anno. Ma anche grazie a questi prendo ora una pausa e, tisana calda e sguardo fuori dalla finestra, provo a rivisitare a mente fredda l’esperienza cinematografica delle due settimane di aprile in Sardegna. Cinematografica, sì, perché è stata una fase già operativa e perché accompagnarsi a una mente come Anthony LaMolinara ti costringe a pensare cinema, respirarlo, divenire cinema.

Per un novizio come me è stato come ritrovarsi su una zattera in balia dei marosi, quindi i pensieri sparsi che listerò potrebbero risultare per molti delle banalità enormi, ma that’s it.

Unione Sarda, pagina spettacoli del 14 aprile 2015.Un mondo assurdo: il cinema. Mi riferisco a un assioma implicito del suo modo di agire. Nel mio mondo di umile artigiano della penna valgono le stesse lezioni scaturite da secoli di lavoro di sudore e zappa sui campi: mai fare il passo più lungo della gamba. Fai ciò che devi, bene, sino alla fine, e solo dopo cerca di “venderlo”. Il cinema funziona al contrario: ogni produzione spicca un balzo nel vuoto. Ed è proprio con questo titanismo folle che spera che l’entusiasmo degli astanti crei il terreno sotto i piedi all’ultimo istante prima che la gamba e il resto precipitino nel vuoto. Devi convincere X terzi a credere nella materializzazione del tuo sogno visivo ma il realizzarlo non può accadere neanche in parte prima che l’idea venga venduta. Il cinema prima vende, poi realizza. Per questo si producono prima i teaser e si scrivono le sceneggiature; per questo i “nomi garanzia” capaci di accaparrarsi produzioni d’eccezione sono spesso sempre gli stessi e per questo – il medesimo bug strutturale – il cinema diviene anche l’industria per eccellenza in cui meglio si muovono i millantatori. La vecchia editoria a confronto è il giardino dell’Eden.

Andrea Atzori e il premio Oscar Anthony LaMolinara con Francesco Cheratzu di Edizioni Condaghes (aprile 2015)La settima arte: mai definizione fu coniata più felicemente. Anche solo in fase di pre-produzione, con gli schemi e le tabelle sparse sul tavolo, ci si rende conto di come il cinema inglobi la realtà nel tentativo di tradurla in visione. Per farlo si serve di ogni maestranza artistica, codice e medium comunicativi precedenti, sintetizzandoli in apoteosi. Ed è questa spavalda dichiarazione di grandezza che, forse, giustifica il precedente punto riguardo all’assurdità del suo pattern produttivo. Da un punto di vista umano, professionale ed economico, il cinema genera un circolo virtuoso che – a mio modesto parere – le altre industrie (anche e soprattutto quelle non legate all’intrattenimento) possono solo sognare. Le trame professionali che supportano una produzione cinematografica si immergono a fondo nel territorio scelto come location e lo elevano a meta-territorio, un luogo ideale dove convergono, nello stesso momento e per la stessa missione, professionalità trasversali che trascendono luogo di provenienza, lingua, cultura, o addirittura luogo fisico di lavoro. Tutto però scaturisce nel territorio reale che per rispondere all’input lavora. Se il vortice di una produzione cinematografica (seria) investe il territorio, lavorano tutti: oltre la troupe di riprese e il suo stuolo di maestranze lavorano le strutture ricettive, lavorano i trasporti, serve una porta e lavora il falegname, servono i cardini e lavora il fabbro, e così via sino alla post-produzione e – se tutto va bene – alla distribuzione, con un proporzionale ritorno sul territorio stesso in termini di vetrina pubblicitaria. Un giro di indotto potenzialmente stratosferico, una lezione che nel mondo le Film Commission più illuminate (quando non ostacolate da governi miopi) hanno ben capito. In Sardegna, con le potenzialità della nostra terra, instaurare un’industria creativa del genere potrebbe voler dire cambiare pagina: quella dei poli veleniferi di Sarroch e Portovesme, dei poligoni di Quirra e Teulada. Si chiama lungimiranza. Dovrebbe essere il mestiere unico della politica.

CAndrea Atzori e Anthony LaMolinaraon l’occhio della telecamera: “what’s the framing here?” Questa era la domanda, un po’ provocatoria, di LaMolinara rivolta a me e ai location scouts nei tour a Bosa e Scano di Montiferro. A volte, nel nostro entusiasmo ingenuo, si è puntato all’esplorazione di scenari mozzafiato dell’isola ma senza pensare all’obiettivo finale: l’inquadratura. Scouting: trovare nel territorio scorci adatti alla materializzazione delle visioni impresse nello script dell’opera. So: “what’s the framing here?” È capitato di incappare in paesaggi abbaglianti, ma non adatti da un punto di vista cinematografico, o per la regia o per la logistica. E ogni “errore” sono chilometri, a piedi su scogliere o monti, o su con i fuoristrada. Ogni errore sono fondi (e ci si ricollega al punto precedente, anche se in negativo). Al contrario però, a volte è stato il territorio che – con la sua bellezza – si è imposto sullo script, pilotando la riscrittura di intere scene per poterle calare negli scorci ammirati. L’improvvisazione e l’adattamento sono virtù chiave.

MontiferruLa luce: non c’è nulla senza la luce. Un’ovvietà, detta così, ma per noi esseri empirici il non vedere qualcosa corrisponde alla sua sparizione. Così il cinema, arte in primis visiva, è un’arte di luci e ombre. L’occhio della telecamera nella testa del regista è prospettico, senza luce non c’è prospettiva, non c’è profondità. È bastato un giorno di lavoro con LaMolinara per fissare questo concetto nella mente, e una settimana per farlo mio come metodo. Un buon regista è un cacciatore di luce.

La gente: in due settimane di lavoro nel territorio, dentro, insieme, ci è capitato di avere a che fare con tante persone, da professionisti a conoscenti e curiosi, e tutti ci hanno aiutato e sostenuto a cuore aperto. Sarà la Sardegna… ma non abbiamo trovato un solo, e dico uno, millantatore in cerca di aggancio. Siamo stati accolti in casa, siamo stati sfamati, siamo stati accompagnati, ci sono state date informazioni, come se aiutarci fosse stato un sacro dovere d’ospitalità. Bardi itineranti, che portano in dono qualcosa che trascende la quotidianità, un sogno effimero in cui credere e in cui ritrovarsi insieme, meritevole forse proprio per questo di essere supportato per farlo diventare reale. Anche questa è la settima arte.

Iskìda tabletopLo script: la prima delle fatiche di Ercole. Lo script del teaser è concluso. Lo script del
film lo stiamo scrivendo. LaMolinara sarà la mente, ma a me tocca un compito delicato: passare a setaccio la trilogia di Iskìda e decidere quali plot-point possono essere rispettati in vista del cambio di medium e quali sarebbe meglio modificare. Non è un lavoro facile. Si tratta di avere occhio chirurgico, mano ferma, e nei confronti di un corpo che si conosce al dettaglio ma verso cui si è frenati per via dell’affezione che si prova per esso. Nessun sentimento verso i miei romanzi deve però essere nella posizione di interferire: qui si tratta di storytelling, di scelte narrative precise e dei loro effetti. Un cambio di medium è una modifica strutturale. Un po’ come per la traduzione letteraria, affinché il testo rimanga lo stesso bisogna cambiarlo.

Mai più: mi sono bastate due settimane per ripensare con un sorriso alla mole di parole a vanvera che si spendono sul cinema, e a quante ne ho spese anche io. Ci sta, è bene che si parli di cinema, di libri, di musica. Altro è se ci si dimentica di stare esprimendo un parere e si passa all’opinionismo militante, quando non si ha invece la minima idea professionale di ciò che si sta andando a criticare. Tutti registi, tutti sceneggiatori, laureati con lode alla facoltà del divano Ikea e del torrent saturo di serie Tv. A giudicare un prodotto finito ci si mette poco. E proprio per l’abissale mancanza di strumenti necessari per farlo l’analisi lascia il tempo che trova. Altra cosa è lavorare. Creare quel prodotto dalle fondamenta, scegliere ogni stramaledetto chiodo e trave, scegliere chi li dovrà montare assieme, poi come dovrà essere esposto alla luce, coibentato, dipinto, e infine mostrato dalle giuste angolature. Quale che sia il risultato finale di questa mole di intenti, avrà sempre più dignità e rilevanza di una qualsiasi opinione spesa su di esso.

Per ora fermiamoci qua. Ci sarebbe molto altro da raccontare, a partire dalle emozioni del casting che stiamo ancora seguendo a distanza con foto e video. Se vi siete persi il resoconto della conferenza stampa, trovate qui un ottimo pezzo riassuntivo, per cui si ringrazia Tommaso Alisonno.

Ora torno al dannato script, piedi bene calcati per terra.

A.

Io al Pozzo di Santa Cristina

6 responses to “Iskìda Vs Spiderman – Round 1

  1. E quell’ultima foto cosa è? Forse il pozzo di Santa Cristina..,l’ombelico della Sardegna. Sai Andrea, quando si vivono le cose sulla propria pelle si accende l’occhio della comprensione e il giudizio si allontana, come è successo a te a proposito del cinema, metterci le mani in pasta ti ha cambiato le prospettive. Ma, una cosa per un’altra, il campidano non è tra i paesaggi che interessaranno il film, vero? E’ troppo antropizzato e coltivato, però chissà come poteva essere in un tempo come quello di Iskida… Saludusu cun stima

    1. Ciao Maria, ben ritrovata.
      Eja, è Santa Cristina. LaMolinara ne è rimasto molto colpito, più di ogni nuraghe per la verità.

      Dunque, il Campidano non è tra i paesaggi che interesseranno il teaser, questo è certo, perché sarà circoscritto a Scano e Bosa. Se avremo la fortuna di arrivare alla produzione che stiamo cercando, be’, a quel punto tutta l’isola potrà essere il set, Campidano compreso. Al tempo, credo, doveva essere coperto di foresta, così come lo descrivevano ancora i Romani.

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