Sinestesie #1

Guardo il blog. Il blog guarda me. Io e il blog ci guardiamo. È così da un mesetto a questa parte. L’iniziativa dovrò prenderla io. Hello world!

È difficile riprendere le comunicazioni dopo che l’ultimo post era niente meno che la pubblicazione di Multiverse Ballad. Ebbene, life goes on. Dopo la pausa del tour di presentazione con quello sciamano di Luca Tarenzi e il suo God Breaker, finita i primi del mese, il silenzio stampa era immotivato. La causa sempre la medesima: il non aver ancora capito se ho un blog. Non sono un blogger. Sono stato un blogger, in passato, in un altro sito, in un’altra vita. Post di stomaco e dedizione settimanale, se non giornaliera. Tempi andati.

Rimane il fatto che un blog lo ho e, giorno dopo giorno, a volte ti passano per la testa dei pensieri che vorresti condividere: vedi un film che ti colpisce; scopri una canzone che ti ubriaca per giorni, o un libro di quelli “cazzo, vorrei averlo scritto io!” Però nulla, il blog resta fermo sull’ultimo post. Perché tu non sei un blogger, di quelli che tengono la testata giornalistica del mondo e di loro stessi. Non sia mai, poi se scrivi per una volta di un film è finita, hai fatto il passo oltre il ciglio: le PeRsOnE si aspettano che tu parli anche di film, con competenza e costanza, come si addice a un tuttologo. Insomma: ogni motivo è buono per non scrivere nel proprio blog.

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Iskìda – Mi guarda con canino disappunto.

Yes, ho imparato da tempo a smascherare la reticenza da tastiera. Anche se nascosta dietro le scuse più appropriate, rimane quella che è. Il fatto è che Iskìda procede, ogni mattina, seven chapters to go prima della fine della fine; che nel pomeriggio fai editing, sistemi articoli, fai la spesa, vai in palestra, vivi. E quando ti avanza tempo ti rimmergi con iperboli matematiche nel tuo sistema di gioco (di ruolo), che hai ripreso in mano dopo anni e che ti sei messo in testa di migliorare, tutto in una volta, perché va pari passo con un’idea per un’ambientazione fighissima che sogni possa diventare la tua prossima serie di libri. Neanche il prossimo romanzo, no; la prossima serie.

Anyway, scuse. E allora facciamo che OK, blogger non lo sono, non recensisco libri, né film, né musica, ma – in mancanza di altri post dedicati allo scrivere –  tengo un promemoria senza pretese di tutto quanto insieme: Sinestesie. Uno ogni due settimane (lo giuro, ci provo). In ordine: un libro, un film, una musica, un pensiero. Un paragrafetto per ognuno e via. Proviamo?

Un libro: Robin Hobb, La nave dei pirati. Arrr… Terzo capitolo della saga di Borgomago (la successiva alla “trilogia dell’assassino”) pubblicata in Italia da Fanucci una decina d’anni fa, con il quarto volume irreparabilmente fuori commercio (…). La Hobb scrive bene. A volte molto prolissa, ripetitiva, ma le sue descrizioni sono quanto di più vivido si possa desiderare da una prosa. Zio Martin, in quarta di copertina, bofonchia: “Questo è il modo in cui la fantasy dovrebbe essere scritta.” A buon gioco. A posteriori, I Sette Regni devono molto ai Sei Ducati della Hobb, con tanto di casa Vestrit che ricorda molto casa Stark, almeno nelle sue donne, con Altea che potrebbe essere una Arya da grande, Ronica sconfitta e inacidita come Catelyn e Malta, una Sanza degli inizi, viziata e petulante. Donne però affrescate con la sensibilità di una donna, un tantinello più verosimili. Martin non me ne voglia. Ah, e pirati. Arrr.

Un film: a Friburgo c’è un cinema di catena che manda lo standard blockbuster di Godzilla vari in 3D e remake di supereroi Marvel etc. (non che disdegni, attenzione). Ma ha anche diversi cinema piccini che resistono con le loro programmazioni d’autore, produzioni underground, film europei, asiatici, americani lontani da Hollywood. Al Kommunales Kino l’altro giorno incappo in My Sweet Pepperland, regia di Hiner Saleem, in categoria “un Certain Regard” del festival di Cannes 2013: un western, ma in Iraq.

My Sweet Pepperland

Visto in lingua originale (curdo), sottotitolato in tedesco (tosta). Baran, un poliziotto veterano della guerra che collabora con la nuova polizia post-Saddam, per scappare dalle pressioni della famiglia, sceglie di andare a servire la giustizia in un villaggio sulle montagne al confine con Iran e Turchia, in territorio curdo. Il villaggio è a tre ore di cavallo e paesaggi biblici da tutto. Là incontra Govend, una maestrina, una ragazza che si prende la briga di tenere la scuola elementare aperta, anche se contro il volere della comunità e del Clan che domina le valli, miliziani che vanno in giro con i Kalashnikov e a dorso di mulo. Lo Sweet Pepperland è l’unico locale del villaggio: si mangia, si beve, si scambiano medicinali con le guerrigliere curde che varcano il confine, si fanno i processi di omertà pubblica del Clan. Ha un’insegna neon blu ed è alimentato con un generatore a benzina. Al suono di armonica a bocca, blues e steel guitar, un incredibile ritratto romanzato dell’Iraq degli Iraqueni, che guardano la loro terra e ci fanno dell’arte, con ironia, in barba a noi che la pensiamo come il deserto che ci arriva filtrato dai telegiornali come cronaca della guerra yankee. Un film surreale, che merita sul serio.

Una musica: Once, di Laura Marling. Dall’ultimo album I was an Eagle. È da un po’ che mi sono innamorato di Laura Marling. Senza speranza, playlist a rotazione su youtube, colonna sonora delle cene in balcone all’aria estiva della foresta. Folk? Jazz? Entrambi, acustici, e talento che trapela da ogni arpeggio e verso onirico. Inglesissima, criptica, malinconica. Quando la chitarra smette di vibrare, la marmoreità dell’artista si sgretola e torna una ragazzina bionda che parla alle telecamere, con gli occhi dilatati nel panico quasi a dire “Non ho nulla da dichiarare, non fatemi parlare. Io canto.”

Un pensiero: tanti, in realtà. Oltre che alla fine di Iskìda (sto finendo di scrivere una trilogia… non capita tutti i giorni) e al mio sistema di gioco, penso all’ultima chiacchierata con Origami Edizioni, riguardo a Multiverse Ballad e a diversi interessanti sviluppi che sono saltati fuori rotolando sul tavolo della riunione. Cross promotion, in gergo tecnico: mondi, altri mondi, in termini di sogni. Presto aggiornamenti, forse già a Lucca. Speriamo. (Come, non avete ancora letto Multiverse Ballad?)

Sinestesie #1, the end. Vediamo se riuscirò a tenere il ritmo.

A.

 

 

 

 

2 responses to “Sinestesie #1

  1. Attenderò con fiducia le prossime Sinestesie! Non avevo pensato ai sei ducati come precursori dei sette regni, ma in effetti ci sta. Lei da il meglio di sé, a mio parere, quando scrive in prima persona (l’Assassino è l’Assassino, poche storie), ma quanto a trama, nonostante la prolissità, non deve inchinarsi a nessuno. Ci sono un paio di colpi di scena nella saga di Borgomago e nel suo intersecarsi con le vicende di Fritz e il Matto che da inchino col cappello in mano.

    1. Bello vedere come sempre che si è una grande famiglia 😉
      Io trovo sconvolgente la sua abilità nell’evocare immagini con le descrizioni. I gesti, i dettagli, è magnetica. E il suo “dilungarsi” sicuramente premia, laddove forse uno stile più conciso non farebbe presa allo stesso modo.

      Comunque, è davvero un peccato che “La nave della pazzia” sia introvabile. Mi toccherà proseguire in inglese, e tornare all’italiano nell’ultimo libro. 🙁

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