Meno 6 giorni al collasso del Multiverso

6Ecco il lemma ballad, dall’Oxford Dictionary of English:

“A poem or song narrating a story in short stanzas. Traditionally ballads are typically of unknown authorship, having been passed on orally from one generation to the next.”

(Amo questa definizione. Van Tussel l’avrebbe apprezzata).

Multiverse Ballad non è un romanzo. Questo basterebbe per precludersi l’accesso all’80% dell’editoria italiana (come in parte è successo). Ci sono però alcuni che ancora riconoscono il valore dei racconti brevi e delle short-stories. Chi è che non ha iniziato con i racconti? Chi è che come prima opera è partito spedito nella scalata della stesura di un romanzo? Spero in pochi, per il bene della lettura. I racconti brevi, se scritti bene, sono delle piccole perle. Da lettori, la cosa meravigliosa delle antologie di racconti è che, se si trova un racconto scritto male o che non ci convince, si passa a quello successivo e la curiosità e il piacere della lettura si rimettono in moto. C’era un tizio, un tale italiano sconosciuto, che un po’ per lo stesso motivo una volta scrisse un libro di soli incipit…

Ecco, a noi le short-stories piacciono. Ora che poi vincono anche i Nobel per la letteratura, ancora di più. Che il racconto sia un intreccio dinamico o una breve immagine che come una fotografia immortala un solo attimo (flash fiction), può aprire mondi di intuizione che una narrazione più distesa non potrebbe. Per parlare di Multi-verso, ci sembrava che optare per una struttura narrativa unitaria fosse un atto di una supponenza cosmica. Multiverse Ballad perciò è una raccolta di racconti. Eppure, come in ogni ballata, nessun frammento è isolato dagli altri: si compenetrano, si completano. (Quindi forse lontana dal romanzo non è ;)).

Non che questa impresa teorica sia stata per noi la genesi dell’opera, o almeno, non solo. La teoria è nata dai racconti, che hanno generato a loro volta altra teoria, che è stata ampliata ancora da altri racconti. Ma soprattutto: chi sono questi noi?

Ebbene sì, Multiverse Ballad non solo forse non è un romanzo, ma è stato scritto a quattro mani. E non da me con due servo braccia, bensì con un’altra persona, un altro cervello. Tim D.K. è il nome del mio collega, e non è un’entità inventata per far figo, per accompagnarmi a un ghost-author dal nome anglofono ricco Di Kappa. Lui semplicemente è una sana persona all’antica: in rete non esiste. Di mestiere fa altro, e il suo nome non ha voglia di rivelarlo. Ha fatto delle scelte, più o meno discutibili, e per mantenere un giuramento è dovuto sparire. Per me è in parte triste, in parte divertente.

Un altro tassello sfugge: che genere è Multiverse Ballad? Tracciare confini tra i generi è lo sport preferito dei recensori più che degli autori, soprattutto se questi ultimi devono farlo verso le proprie opere. Certo, scomodare la parola e il concetto di Multiverso farebbe optare per la Science Fiction. Io mi opporrei. Dentro la ballata c’è forse più Weird che SF. C’è anche del Cyberpunk, dell’Urban, c’è una fiaba, c’è dell’epica che rasenta il fantasy classico, e mentirei se non dicessi che si tratta comunque di un’opera di letteratura post-apocalittica, e che la base di tutto sia l’ucronia. Voi ci capite qualcosa? Io sì, benissimo, e non è un mix alcolico più X numero di pillole random da scrittore wanna-be, è solo il frutto delle storie narrate in ogni singolo racconto, e i racconti sono 25; tutti diversi, tutti unici.

Forse però sarebbe il caso di tornare all’origine, a quei primi racconti che erano nati senza sapere di essere racconti, con nessuna velleità di pubblicazione (si legga: “di uscire dalle mura domestiche delle menti di un gruppo di amici”). Storie che avevano soltanto tanta voglia di esistere.

Il tempo però è tiranno, il cronometro corre; già una stella, in lontananza, si spegne.

A.

[Indietro con il countdown? Riavvolgi lo spazio-tempo]

2 responses to “Meno 6 giorni al collasso del Multiverso

  1. E chiedendomi cosa c’è di diverso tra ciò che eravamo e ciò che siamo oggi, capisco che tutto sommato, non ci sono grandi differenze:
    “… alla fine trovi un filo rosso, qualcosa che diventa la pista a cui star dietro. E quindi lo segui, quel filo rosso, piano piano. Continui a seguirlo ovunque vada. E non va quasi mai in linea retta. Si sposta a destra e a sinistra, torna indietro, si avvolge su se stesso, si annoda, si ferma e riparte, serpeggia. A volte è un filo grande e grosso. Altre è minuscolo. A volte diventa più spesso. Altre più sottile. E altre volte ancora … si interrompe. Stop. Ma allora ricominci a cercarne il capo. Devi andare dove il filo rosso ti conduce. Stando sempre attento a non tirarlo troppo, se no si spezza … Seguite il filo rosso, ovunque vi porti … ma fate attenzione.”
    JIM Givens, cit. in Fletcher 2006, “Every Contact Leaves a Trace”

    1. Oh, chi si vede! Secondo me sei uno spam-bot, soltanto molto forbito. 😉
      E a quanto scritto aggiungerei solo: “‘Caso’, Edwin, è il nome d’arte del destino.” [dall’autore della prefazione a Multiverse Ballad. Chi sarà mai?]

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