Venti curiosità sulla mia scrittura

Dovevo approfittare del viaggio per scarabocchiare finalmente il mio memorandum di scrittura, accodandomi ai tanti colleghi a cui l’ho visto fare in rete in questi giorni (Aislinn e Tenar in primis, cheers!). Il Cisalpino taglia le Alpi direzione Milano, Genova, mare e casa, il mio PC ha miracolosamente beccato wi-fi libero e ho “Il codice dell’anima” di James Hillman aperto sul tavolinetto. Vediamo che ne esce fuori.

Ein Buch

1 – Larks & Owls. Il mondo si divide in due: allodole e gufi. Questa è la metafora anglosassone per definire le persone “diurne” e quelle “notturne”. Lark, decisamente. Scrivo ciò che davvero conta al mattino, dalle 07:30 alle 11:30. Riposo, mente vuota, energie al culmine. Respira, uno, due, tre, go… Per scrivere tutto il resto c’è tempo sino alle 22:00. Poi blackout.

2 – Caffè. Nero, espresso in quantità da americano, e senza zucchero. Fumante nella tazza bianca di ferro-smalto ammaccato, ricordo del Fram Museum di Oslo e replica fedele delle tazze della nave omonima di Nansen e Amundsen alla conquista del Polo Sud, tazza che mi ha accompagnato quando anche io andavo per mare. “Fram”: avanti.

 Tazze vuote. Una, un monito, tra il computer e lo schermo, riempita di penne e matite. È una “mug” bianca da tè alle cinque con su scritto in elegante sans-serif soltanto: Silence Please. È la tazza della Bodleian Library, Oxford, dove ho passato sere a studiare, dove ho scritto la tesi. Mi ricorda la responsabilità che il riempire il mondo di parole comporta.

4 – In corpore sano. Se lavoro in cantiere, compro delle buone scarpe anti-infortunistica. Scrivo, quindi ho comprato una sedia ergonomica. Blu e nera, a dondolo, peso sulle tibie, zona lombare sempre in movimento, il mal di schiena un ricordo. Consiglio la spesa a chiunque.

5  “… morirebbe, se le fosse negato di scrivere? […] Basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso” (R.M. Rilke, “Lettere a un giovane poeta”). Questo passaggio di Rilke mi ha tormentato per anni. Ecco, con tutto l’amore per Rilke, non scrivo perché altrimenti non potrei vivere. Senza scrivere, la mia creatività andrebbe altrove. Suonerei la chitarra soffiando nell’armonica, mi perderei per i boschi a camminare, inventerei mondi per gioco. Proprio per questo ho iniziato a scrivere con consapevolezza, per trascendere l’apparente “bisogno”, e farne volontà.

6 – Musica. Sì, in fase creativa ne ho bisogno. Spesso colonne sonore di film o videogiochi, tracce che suggeriscano atmosfere, stati d’animo a cui attingere. Niente cantato, le parole mi distrarrebbero. (In revisione però silenzio assoluto).

7 – Suono. Una volta, ai tempi dell’università, feci leggere dei racconti a un amico. Tutto molto bello, vari complimenti, poi però aggiunse, quasi in imbarazzo: “Solo una cosa, Andre, a volte hai il vizio di scrivere frasi che suonano da Dio, ma che non vogliono dire un cazzo.” 😀 Ecco, per fortuna il punto secondo l’ho limato, ma del primo vado ancora fiero. Il linguaggio è suono, è ritmo. Una buona scrittura ci tiene per la gola dall’andamento stesso dei fonemi prima ancora che dalle immagini che suscita con il significato delle parole.

8  Dislessia. Yep, ho pensato più volte di esserne lievemente affetto. Mi sono spaventato. “Ma come, uno scrittore dislessico!” Preferisco un “me stesso me stesso.” Ci ho messo un po’ a far capire alle mie mani che non potevano andare veloci come il cervello, tutto qua. Scrittura, suono, ritmo, ispirazione (“respirare dentro se stessi”). Le mie prime stesure sono un’ecatombe. Ma va bene così, terra smossa e vermi.

9  Dislessia trilingue. Accidenti, parola sulla punta della lingua, parola sulla punta della lingua, dita in sospeso a sfiorare i tasti… come cazzo si dice… ecco! NO, non in inglese! Pensa pensa pensa pensa… è come aufklärung in tedesco, ma in italiano. Dai che è lì da qualche parte… no, in italiano, non in sardo! – Più o meno così. Ma è una grande cosa, perché si comprende che la parola non è l’oggetto che vuole descrivere. La realtà è muta. Dopo la trance dell’atto di scrivere, dove io e linguaggio si fondono per significarla, il prodotto finito deve essere una catena di scelte linguistiche ben consapevoli. 

10  Verso l’infinito e oltre. Forse proprio per la vicinanza a inglese e tedesco ho spesso il vizio di usare degli infiniti per trasmettere la contemporaneità delle azioni. Il participio pres-ente in funzione aggettivale, in italiano suona ridond-ante, proprio come gli avverbi in –mente; e il “che + imperfetto” a volte è davvero lento. Un esempio: “Spalancò gli occhi, balzando seduto, le dita raspare la terra a cercare Stecco.” Oppure: “A quella domanda Karel barcollò, la furia nei suoi occhi vacillare, sconfitta” (Iskìda – Camminatrice di Sogni). Mi rendo conto che possa spiazzare, ma è semplicemente ellissi di “che stava a” o spesso solo della “a”.

11 – Carta e inchiostro. Ho sempre una Moleskine appresso. Le idee migliori mi vengono in mente sempre quando la dimentico. Non deve essere una “Moleskine” di marca, deve solo essere un blocco nero, con una certa dignità. E una penna stilo veloce, possibilmente. Ogni volta che finisco un blocco, lo risfoglio dall’inizio e trascrivo su file le idee che possono essere salvate.

12  Poesie. Lo so, è vietato oggigiorno parlare di poesia. Ammetto il mio peccato mortale nei confronti dei tecnicismi della fiction. Scarabocchio poesie in verso libero. Ogni tanto le trascrivo nello stramaledetto file apposito, e ogni tanto mi intestardisco a rivederle, correggerle, limarle. Spero non vengano mai alla luce.

13 – Frammenti folli. Sono a modo loro delle poesie (ehm). È il mio modo di prendere il ritmo quando ti ritrovi con le mani immobili sulla tastiera e lo sguardo terrificato e fisso sul bianco del foglio di word. Allora scrivo, senza senso, né sintassi, né grammatica, per dieci righe, soltanto per andare, avviare, prendere abbrìvio, rompere il fiato, e poi senza fermarmi attacco con ciò che mi ero prefissato di scrivere. Il più delle volte funziona.

14 – World building. Sono un creatore di mondi. È la mia marcia in più, e la mia maledizione.

15 – Show, (that you have really nothing to say) Pugni serrati e sbattuti sulle scrivanie, fronti corrugate, sguardi torvi e brividi sotto pelle. Gesù bambino… a volte mi chiedo cosa stiamo facendo alla letteratura. Il dovere di chi scrive è documentarsi e studiare tecnica. Ma è anche passare a setaccio le informazioni e trovare la propria voce. E cari belli, nessun manuale vi renderà uno scrittore. Ci sono cose, molte in verità, nella vita, che non si possono esprimere a parole, o i pittori non esisterebbero. Voi avete scelto il mestiere che ha deciso di parlare dell’indicibile. Sarà un caso su dieci, ma a volte mostrare non basta. Ed è quel singolo caso che distingue chi scrive da chi invece rimarrà.

16 – Parola di Fitzgerald. “Begin with an individual, and before you know it you have created a type; begin with a type, and you find you have created – nothing.” Questo per coloro che pensano che recitando Vogler si sia risolto il character design.

17 – Editing. Mi rilassa, anche quando è molto e le deadline sono folli. E l’editing è su carta, punto.

18 – Let’s do it together.  Tengo workshop e corsi di scrittura creativa. Capita con scuole, privati, associazioni culturali, ed è sempre un’emozione. Nessuno possiede l’elisir della buona scrittura. Ed è proprio questo il punto, non esiste. “Insegnare” creative writing non vuol dire donare verità rivelate, ma comunicare con le persone, scambiarsi trucchi ed esperienze, punti di forza e debolezze. In un mestiere che rasenta il solipsismo, il confronto è prezioso.

19 – A voce alta. Alle presentazioni leggo estratti dei miei libri a voce alta. In principio non lo facevo, pensavo non fossi adatto, che non fosse giusto mischiare due professionalità, lo scrittore e “l’attore”. Ebbene, mi sono lanciato e ora non mi fermo più. Che piaccia o meno come leggo, io leggo. Esattamente come scrivo. Iniziare a farlo è stato un po’ come arrendermi al destino di story-teller. Non ci sono vie di mezzo.

20 – “Io non mi evolvo, io sono” (Picasso). Questa è colpa del libro che ho in mano. Voglio solo dire che credo nelle storie. È il raccontare storie che ci rende Uomini. E credo che le storie siano in qualche modo innate in noi, che siano là, da qualche parte, perfette, in attesa di essere ricordate. È una sensazione, è il daemon dello scrivere, quello che spesso ti porta a concepire trame e personaggi coerenti a prescindere dagli schemi e dagli strumenti tecnici che ti vendono il pacchetto write-it-easy. Scrivere a volte accade e basta, ed è un miracolo.

 A.

 

6 responses to “Venti curiosità sulla mia scrittura

    1. Eheh, “costituzionalmente”. Propongo l’albo registrato degli scrittori notturni e quello dei diurni. In una data a caso ogni anno si incontrano in campo aperto, all’imbrunire, e si danno battaglia 😛 (ovviamente devono sentire la chiamata intuitivamente, come i Malkavi).

  1. Pensavo che gli scrittori diurni fossero rarissimi, ma vedo che in realtà ce n’è una bella schiera!
    E io sono proprio dislessica, di quelle per cui v e f sono la stessa lettera e le doppie rimangono cose sconosciute che ogni tanto appaiono per motivi incomprensibili all’interno delle parole. Arriva sempre un momento in cui devo fare questa confessione alla “figura professionale che sta oltre il mio testo” e mi sento sempre come se fossi tutta sporca e infangata in mezzo a un ricevimento super formale…

  2. @Hendioke: e già, il proposito di scrivere un post come si deve una volta alla settimana si trasforma in farlo una volta al mese, quando va bene. Ahinoi!

    @Tenar: capisco la sensazione, è una brutta cosa il giudice interiore, bisogna imparare a silenziarlo, in certi casi. Che poi, parlare di dislessia forse è improprio, ma io lo faccio proprio per sfidare quel “senso di colpa” strisciante. Il più delle volte è mera disgrafia legata all’uso della tastiera. Con la penna io inciampo molto meno, per esempio (perché vado per forza di cose più lento). E comunque, tutto fa brodo: si impara a rileggersi alla nausea, che è buona pratica 🙂

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