Il terzo passo nel vuoto

Iski e Ino

Scrivere una trilogia è un’esperienza di vita. Come la storia stessa che si racconta, gli intrecci tra le vicende dei personaggi e quelle del mondo in cui lottano, è un viaggio nell’ignoto, da vivere giorno dopo giorno.

Iskìda non è il romanzo della domenica. Si dice che uno scrittore diventi veramente tale, grande (nel senso di passare all’età adulta del mestiere) quando scrive sotto “contratto per più libri”. Ecco, la maturità risiede sempre nel giorno che ci è di fronte e l’affermazione perciò va presa con le pinze, però scrivere per mestiere, in un progetto per più libri, significa letteralmente vivere nella propria storia. Una convivenza materiale, fisica, perché dalle quattro alle sei ore ogni giorno il tuo corpo rimane seduto e le dita ticchettano su una tastiera, occhi a palla e scrivere no matter what, per rispettare le scadenze, per rispettare la storia stessa.

Poi un giorno accade ciò che non ti saresti aspettato: arrivi in cima al monte. Quella parete scoscesa che fissavi dal basso, senza una fine apparente, ti conduce a un picco solitario e lì stai e lo guardi, il Vuoto. E quando finalmente muovi il tuo primo passo per scendere il pendio dell’altro versante, da quel primo e unico passo non hai più paura dell’ignoto, ma senti già la nostalgia di ciò che ti sei lasciato alle spalle, di ciò che continui a lasciarti alle spalle, passo dopo passo, pagina dopo pagina.

In una trilogia ci si rende conto di essere arrivati in cima soltanto quando si inizia a scendere. E ci si volta terrificati e ma come! si protesta; però già si sta scendendo e indietro non si torna. Questo momento è il terzo libro. Il secondo libro era il versante in salita, quello in ombra. Ora che si scrive il terzo, che tutti i nodi devono venire al pettine, è una discesa quella che si cammina. È infida, è scoscesa, i massi sono instabili, ma è di una rara bellezza. Si vorrebbe bloccare ogni passo, centellinare ogni sensazione, congelare ogni respiro sino a quando si è ancora in vetta, sino a quando si è ancora in viaggio. Perché finirà; finirà presto. Finisce passo dopo passo, pagina dopo pagina, quando concentrati sulla salita era la vetta l’unica cosa che contava. Ma era una bugia. È il passo ciò che è importante, è l’attimo.

Non so perché dico questo, forse – nel mentre che un altro mio libro attende di venire presto alla luce, e tanti altri progetti si muovono per direzioni inattese – soltanto per dirlo; per prendere coscienza di questo viaggio incredibile che è Nurak e condividere la sua creazione con i lettori che han deciso di seguirmi. Procede, la Terza e ultima Stagione. È nata su tre fogli protocollo tracciati a tabella con una penna biro blu, scarabocchiati dall’inizio alla fine con frecce ed evidenziature, frutto del brain-storming di amici cari e sognatori impenitenti; nata dalla forza dei lettori.

E ora si scrive, giorno dopo giorno, passo dopo passo, sino alla fine di tutto, sino al ricordo.

A.

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