Arrivederci Giramondo

È una fredda domenica di fine gennaio a Friburgo. La piazza della cattedrale è deserta e la nebbia indugia bassa sui tetti a inghiottire le guglie. Dentro la chiesa più bella d’Europa risuona un organo e la piazza del mercato è deserta. Cammino, con le mani in tasca, e penso: cinque anni di Giramondo. Era nell’estate del 2008 che, da questa stessa piazza, veniva scritto il primo articolo e spedito alla redazione di Sardinews. Cinque anni di vagabondaggi per l’Europa, a cui nel 2011 si sono uniti due collaboratori – Luca Cappai e Federico Cugurullo – che ci hanno portato voci dalla Penisola Iberica ed echi dal Medio Oriente. Cinque anni giunti al termine. La rubrica finisce, altri giovani viaggiatori dell’intelletto prenderanno il suo posto, come è giusto che sia.
Non me la sentivo però di sparire senza una parola, un saluto a tutti coloro che in questi anni ci hanno seguito. Un mio cruccio, invero; una riflessione iperbolica, squisitamente superflua, ma che ci tengo, in queste ultime righe, a dare a voi: perché scrivere articoli di viaggio? – sfiderei chiunque abbia seguito Giramondo a definirlo, nel bene e nel male, giornalismo nel senso canonico del termine. La domanda potrebbe mutare facilmente in “perché viaggiare”, o semplicemente in “perché scrivere”.
Il perché è la domanda dell’infanzia. È la domanda di chi scalpita di fronte all’ordine delle cose nell’apnea della ricerca di senso. Se una ragione non viene trovata, un atto non è giustificato, non può, non dovrebbe, esistere. Eppure stranamente esiste. Altresì, la letteratura non nasce, o almeno non dovrebbe, dalla volontà di essere tale – un prodotto pubblicato, un pezzo per gli archivi delle testimonianze materiali. Essa non viene al mondo con il razionale scopo di perdurare. L’atto prioritario, il primo e il solo che conta, è esclusivamente scrivere.
E cosa sarebbe questo scrivere? Anche un pittore è uno scrittore, uno scultore è uno scrittore, un musicista lo è, lo sono tutti coloro che si sforzano di tradurre in un linguaggio intelleggibile ciò che nasce indefinito e indefinibile, eppure straordinariamente intenso, tra le pieghe dell’anima. Il bisogno di creare che in noi alberga come nel cosmo, quello magnifico e terribile di descrivere, di immortalare qualcosa di irrimediabilmente caduco quale è l’istante in cui ci si riconosce vivi.
Panta rei os potamòs: “tutto scorre come un fiume”, aveva detto qualche barbuto vegliardo tanto tempo fa. Tutto diviene Passato, e la bellezza vissuta in quegli istanti perduti non può bastare per quelli presenti; essa non ci salverà da essi, dal giorno corrente, dalla necessità di reinventarci ogni nuova alba. Certo è, però, che l’angoscia di fronte all’inevitabile appassire trovi una consolazione notevole nel trasferire quei momenti entro le forme di opere tangibili, opere che con il loro perdurare nel tempo si prenderanno una piccola rivincita sul tempo stesso.
Questa immortalità della scrittura però è illusoria. Il divenire scorrerà eoni oltre la percezione umana e la data di scadenza dei sovraffollati archivi della memoria a cui speranzosamente ci affidiamo. Una contraddizione? Forse no, perché ogni opera, se scritta in contatto con la forza imperitura della creazione, è immortale nell’assenza di tempo e prescinde così dalla durata materiale di se stessa, dalla pretesa di essere ricordata. Perché viaggiare se qualcuno ha già viaggiato in passato? Perché amare, se qualcuno ha già amato? Domande stupide.
Perché dunque scrivere della letteratura di viaggio? Ebbene, cosa più del viaggio rappresenta il monumento alla magnificenza dell’istante? Cosa, più del viaggio, solitario camminare su terre forensi, è testimonianza di istanti d’intensità senza pari che si susseguono per essere sacrificati inesorabilmente sulla ruota del tempo? Cosa, più di un viaggio, vorrebbe essere vissuto senza la promessa di una fine, senza che quel sentimento di leggerezza e libertà possa mai svanire? Come l’innamoramento. Forse però, come per il viaggio quale è la vita, il meraviglioso esiste solo in relazione alla propria temporalità. Ciò che ci è dato è solo lasciarlo andare, dire grazie, e farne della coscienza Arte. Siamo esseri fallibili, questo è quanto. Non è un ruolo semplice quello degli osservatori; eppure, io ci metterei la firma. Per questo, scrivere letteratura di viaggio.
Cinque anni di diario di bordo, di racconti di camminate, di semplici schizzi dalla tavolozza delle situazioni, di umori e di alchimie a sfidare il logico per cercare ciò che di vero e bello si cela nelle contraddizioni del mondo. Colori, idiomi, tramonti su terre ignote. Non ho passato il Polo Nord a piedi nudi in corsetta leggera, né attraversato il mare di Tasman nuotando a rana. Nulla che valesse davvero la pena raccontare… o forse tutto. Laddove si potrebbe descrivere l’intero mondo in cinque versi, o un singolo sasso in trentamila battute. L’essenza del viaggio non sta infatti nel luogo che è il suo oggetto, sta nel viaggiare…
Se poi anche soltanto uno di voi in questi anni di Giramondo avrà sentito la voglia di preparare una valigia e andare a prendersi un po’ di tempo per sé, un po’ di sacrosanto tempo con sé lontano da tutto e da tutti… Be’, forse allora la letteratura di viaggio ha assolto anche un altro compito.

Andrea Atzori,

Freiburg im Breisgau, Gennaio 2013

(Ultimo articolo della rubrica Giramondo sul mensile Sardinews. Tutti i diritti riservati.)

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