“Due righe sole”

L’editoria è un campo molto cinico, altrettanto snob. In una certa misura lo è sempre stato, e credo che, nonostante i venti di liberalizzazione del digitale – e forse proprio in reazione a questi – lo stia divenendo sempre più. Io stesso non sono mai stato un sostenitore dell’equivoco che vuole che basti la gemma dell’ispirazione per fare uno scrittore. L’ispirazione… sì, quel tumulto nel cuore che taluni sentono quando si riconoscono vivi. Ebbene, molti lo sentono, tutti dovrebbero, almeno una volta nella vita, anche solo per potersi definire Uomini.

Ecco, Uomini, non scrittori. L’ispirazione, la meraviglia che diviene bisogno di espressione, spinta alla creazione, possono trovare canali diversi da quelli dello scrivere. Si potrebbe urlare al vento in una giornata di tempesta; ballare come posseduti sino a stramazzare a terra stremati e felici; imbrattare un vecchio muro di periferia con visioni senza senso; dare calci a una palla; impilare rottami dipinti di tempera azzurra, farli crollare, impilarli di nuovo, e così di fila. Nessuno di questi atti in nome di quella scintilla di ispirazione sarebbe inferiore a qualsiasi altra attività che va sotto il nome di arte.

Quando però si sceglie come propria via, come proprio lavoro, un’arte in particolare, be’, urlare al vento non basta più. Pazienza, determinazione, coscienza critica, fiducia in sé stessi, umiltà, ma soprattutto: strumenti. Studio, una lenta e costante coltura di abilità, errore dopo errore, dopo errore. Chiudere l’ego in un cassetto e impugnare zappa e rastrello.

L’equivoco, l’equivoco è il pensare che questo non sia vero, non sia necessario. Un equivoco squisitamente umano, invero da perdonare, perché quando ci si sente all’improvviso in qualche modo “speciali”, è dura riportarsi nei ranghi e mettersi in fila per gli strumenti da giardino. Eppure, tant’è. Questo e solo è lo spartiacque. Se, nel mestiere di scrivere, si unisse l’incredibile peccato d’orgoglio di lavorare senza strumenti all’altrettanto incredibile facilità di immortalare contenuti che il digitale ci dona in questa era, il risultato sarebbe esattamente tutto ciò di cui si lagna la cinica (e complice) editoria: la qualità persa e soffocata dal sovrannumero, produzioni incontrollate, comprate, urlate al vento soltanto perché lo si poteva fare, con nessun altro valore.

Povera vecchia editoria, come darle torto? Non che non rimanga cinica e snob, sia chiaro. Eppure, nonostante tutte le valutazioni contestuali, il dimenticarsi del perché un essere umano imbocchi testardamente la via della scrittura, sarebbe un grave errore. I cinici hanno spesso oggettivamente ragione, e ci affogano dentro.

Tutto ciò per dire cosa? Soltanto per giustificarmi. Giustificarmi per l’essermi emozionato, in un solo abbagliante istante elevatosi oltre il marasma del mestiere editoriale per come è divenuto, del saccente brusio della critica letteraria Web 2.0; emozionato per una vecchia frase di uno scrittore non troppo vecchio, trovata per caso o per sorte, che riporto qua:

 

«Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse)».

Dino Buzzati, 26 ottobre 1957

Forse, mi dico, ricordarsi ogni tanto del valore dei perché delle nostre azioni, ci aiuterebbe a discutere meglio dei come.

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